domenica 29 novembre 2009

Ciò che Placido affronta prima di prendere posizioni

CAPITOLO SECONDO

Ciò che Placido affronta prima di prendere posizioni


Ritrovatosi nel paradiso terrestre, Placido valutò a lungo senza sapere da che parte prendere la questione, sorridendo, alzando gli occhi al cielo, guardando da dentro il più bel Centro per l’Impiego, che riassumeva in sè il bene e il male delle organizzazioni di pubblico servizio. Delle volte, talmente era la pressione, che si coricava dopo una lauta cena nel proprio materasso con la testa appoggiata comodamente sul suo cuscino, e si addormentava profondamente. Due erano i sogni ricorrenti. Il primo era che le offerte di lavoro fioccavano come la neve nel periodo natalizio mentre il secondo sogno era sempre un po’ vago, indefinito. All’indomani Placido, tutto intirizzito, si trascinava verso il Centro per l’Impiego, mezzo morto di fame e di stanchezza e non riusciva a capire il perché. Ma era certo che riguardava il secondo sogno di cui però non riusciva a ricordare nulla.
Un giorno, tristemente si fermo alla Reception. Due uomini vestiti d'azzurro lo notarono.
"Collega", disse uno, "ecco un impiegato ben fornito, e che ha la statura morale richiesta".
Si diressero verso Placido e lo invitarono molto civilmente ad abbassare il tono della voce.
"Egregi che mi possiate perdonare, ma io non ho ancora aperto bocca ", disse Placido con incantevole pudore.
“Ah! collega", gli disse uno dei due azzurri, "i colleghi con la vostra statura morale e con i vostri meriti non stanno mai zitti. Quindi in via preventiva ti invitiamo ad abbassare i toni della polemica.” Poi continuarono ad insistere dicendo: “Non sei forse offeso per quello che è successo? " "Ma quale polemica? Offeso? Ma cosa è successo?” disse Placido con un sussulto.
"Ah! collega, mettiti a sedere alla vostra scrivania, mettiti la testa nel monitor e ficcati il telefono nell’orecchio; non soltanto ti offenderemo, ma non permetteremo mai che un collega del tuo spessore possa perder tempo a fare polemica; i colleghi sono fatti anche per soccorrersi l'un l'altro".
"Avete ragione", disse Placido, "è ciò che Talberta mi ha sempre detto, e vedo bene che tutto va per il meglio".
Accendendo il computer si accorse che la stampante funzionava. Non poteva essere che un sogno.
Tutto tornava. Aveva fame perché non si era ancora svegliato e non aveva ancora fatto colazione, inoltre il sogno era vago perché non era ancora iniziato.
Tutte le mattine, prima di andare a lavoro anche Carlina, per affrontare con la giusta carica le fatiche giornaliere si diceva: "Non mi occorre altro che me stessa. Basta equipe", inoltre si dice, "tu sei l'appoggio, il sostegno, il difensore, l'eroe dei disabili; la mia fortuna è fatta e la mia gloria è assicurata".
Seduta stante si mette in piedi, e come un soldato in conflitto raggiunge il reggimento, così Carlina prima gira a destra, poi a sinistra, applica la procedura, modifica la procedura, punta il dito, raddoppia gli inserimenti, gli danno trenta bastonate simboliche; il giorno dopo applica la procedura, modifica la procedura, punta il dito, triplica gli inserimenti riceve solo venti bastonate simboliche; l'indomani ne riceve solo dieci, e i suoi colleghi lo considerano un prodigio.
Placido, stupefatto, non capiva ancora molto bene che cosa fosse un eroe. Quel bel giorno comprese di aver bisogno di eroina per fare il proprio lavoro.
Camminava diritto davanti a sé, convinto che fosse un privilegio del Pubblico dipendente, servirsi a piacere del proprio cervello. Aveva mandato solo due e.mail, quando altre eroine tagliate male, lo raggiungono e lo conducono nella sede opportuna. A termini di legge gli venne chiesto se preferiva essere segnalato dodici volte o partecipare trentasei volte ai laboratori sull’accoglienza.
Talberta diceva sempre che le volontà sono libere. Placido non voleva né l'una cosa né l'altra. Non essendo un supereroe e dovendo scegliere: optò, in virtù del dono di Dio che si chiama "libertà", di farsi accogliere trentasei volte nei laboratori. Sopportati due laboratori Placido, non potendone più, supplicò che avessero la bontà di spaccargli la procedura: gli concessero questo favore; gli bendano gli occhi, lo mettono di fronte al fatto compiuto. In quel momento passa la Responsabile; s'informa della variazione, e siccome al Centro per l’Impiego c’è genialità, capì, da quanto gli dissero di Placido, che era un impiegato ignorantissimo delle cose di questo mondo, e gli accordò Clemenza ovvero una brava assistente che controllando Placido in tre settimane, con gli emollienti opportuni, gli infilò la ciliegina nella torta.

giovedì 19 novembre 2009

Come Placido fu assunto in un bel Centro per l’Impiego e di come furono cambiate le procedure

PLACIDO
Ovvero LA PAZIENZA


CAPITOLO PRIMO

Come Placido fu assunto in un bel Centro per l’Impiego e di come furono cambiate le procedure

C’era in una Provincia, in particolare nel Centro per l’Impiego, un giovanetto al quale la natura aveva elargito i più miti costumi e dosi incredibili di pazienza. La sua fisionomia ne palesava l’anima. Aveva il giudizio alquanto retto unito ad una capacità di mediazione quasi professionale. Avanzava nelle sue convinzioni, sicuramente con lentezza, ma imperterrito: per questa ragione, credo, veniva chiamato Placido. Gli incrociatori di lungo corso del Centro per l’Impiego gli ribadivano che tanto non cambiava niente e che comunque loro avevano fatto il Concorso. Forse proprio per questo peccato originale cercava di compensare cercando di essere buono ed un onesto gentiluomo. Ma le ingiurie del tempo non scalfiscono la spessa corteccia di pazienza che da sempre ha utilizzato per gestire situazioni.
Il Centro per l’Impiego era uno dei più belli della repubblica perché aveva porte e finestre. La Reception aveva perfino il riscaldamento per i periodi invernali. All’occorrenza tutti gli incrociatori di lungocorso formavano una squadra di pronto intervento; gli uscieri diventavano addetti alla reception. L’istruttore gestionale del villaggio poteva fare anche il cappellano sempre se si prendeva le responsabilità delle conseguenze dei propri errori, altrimenti riunioni di equipe in quantità tali da aver bisogno continuamente di caffettini. Un colloquio non si negava a nessuno.
Ma chi faceva gli onori di casa con una dignità che la rendeva ancora più rispettabile era la Responsabile, parlava sempre in amicizia, era colorita, fresca.
La filosofia di base non era quella della Talberta. Quest’ultima era l’oracolo del Centro per l’Impiego, e il tenero Placido ne ascoltava le lezioni con tutta la buona fede della sua età e del suo carattere. Distruggeva le procedure preistoriche quattrottoduesche e le sostituiva con tutto un armamentario ideologico sessantottino, culminante con l’espressione secondo cui “non viviamo nel migliore dei mondi possibili”
Talberta dimostrava mirabilmente che non vi è effetto senza causa e che non c’è adempimento dell’obbligo senza incentivo e che questo che non è il migliore dei mondi possibili è il Centro per l’Impiego più bello fra i Centri per l’Impiego della Provincia e che la responsabile è la migliore delle responsabili possibili.
“E’ dimostrato” ella diceva “che le cose non possono essere altrimenti, perché, siccome tutto è creato con un concorso, tutto è necessariamente un concorso. Osservate bene che i Centri per l’Impiego sono stati creati per combattere la disoccupazione, e perciò abbiamo la disoccupazione. Gli sportelli sono stati evidentemente istituiti per ascoltare le persone. Ma alla fine nessuno è quello che sembra. Una persona seduta dalla parte sbagliata dello sportello sembra sempre bisognosa. Chi non si attiva subito ha il cuore di pietra. Ma le pietre sono fatte per essere tagliate anche per farne i Centri per l’Impiego. E’ per questo che il Centro per l’Impiego dove lavora Placido è il più bello della repubblica, proprio perché è fatto con il cuore. Secondo Talberta dunque dire che tutto va bene è una sciocchezza. Bisogna dire che tutto va per il meglio.
Placido ascoltava attentamente, e credeva innocentemente; perché giudicava questa professione estremamente bella, anche se non aveva mai l’ardire di dirglierlo. Concludeva che dopo la fortuna di avere un posto di lavoro, il secondo grado di fortuna consisteva nel lavorare nel centro per l’Impiego più bello della repubblica il terzo quello di incontrare tanta gente tutti i giorni, il quarto di ascoltare Talberta la più grande filosofa della provincia.
Un giorno Placido, passeggiando nel Centro per l’Impiego vide Talberta che impartiva una lezione a Carlina, una collega, su come si fa a cancellare i segni lasciati dalle procedure precedenti. “Bisogna usare la candeggina!” sentenziava “Ma non poca… bisogna abbondare!”.
Carlina aveva molta disposizione per le scienze, ascoltò senza aprire bocca. Le reiterate esperienze di cui fu testimone la portarono a non aprire bocca e le procedure furono cambiate.